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martedì 17 gennaio 2012
Jam: L.A. Woman
"La vera rivoluzione nel modo di intendere il lavoro attuata dal tecnico del suono fu quella di lasciare che ogni membro della band, Jim compreso, si assumesse molte più responsabilità che in passato. Il fatto di aver allentato la presa sul cantante, che in principio sembrava poter essere il punto debole dell'operazione, si rivelò invece la chiave di volta dell'intero processo: Morrison non mutò assolutamente il suo stile di vita, né tanto meno rallentò il numero delle sbronze, ma si calò perfettamente nella parte, diventando immediatamente più assennato e cooperativo. A differenza di Rothchild, Botnick era convinto non servissero trentacinque take per ottenere un buon pezzo e che gli errori non fossero un ostacolo alla riuscita di un buon album, ma che contasse soltanto il feeling. Non insistette mai nel far fare più di un paio di versioni di un brano e non ci fu alcun bisogno di tirar fuori con la forza le parti vocali a Morrison, perché in pratica furono incise tutte dal vivo nei bagni dell'ufficio, per sfruttarne l'eco.
Un'altra differenza sostanziale con il recente passato riguardava l'utilizzo della tecnologia: era stata inventata da qualche tempo la registrazione a sedici piste, utilizzata infatti per l'album precedente, ma Botnick suggerì di registrare L.A. Woman sul vecchio otto piste utilizzato ai tempi di Strange Days. Siddons ricorda quell'aspetto con molta accuratezza: «Fu un disco molto viscerale. Fu una loro scelta precisa farlo così essenziale. The Soft Parade e le trentacinquesime take li avevano fatti disamorare della tecnologia». Per quanto all'epoca potesse sembrare folle fare un passo indietro da quel punto di vista, anche quella scelta si rivelò azzeccatissima: così facendo, solo il materiale di massima qualità venne messo su nastro, portando il risultato su vette che sembravano irraggiungibili solo fino a qualche settimana prima.
Col senno di poi, quel periodo parve a tutti un po' come la chiusura di un cerchio ideale: il loro ultimo disco in studio con Jim Morrison si rivelò grezzo e semplice come il primo, molto più distante nella mente dei protagonisti dei quattro anni che erano in realtà trascorsi dalla sua realizzazione. In effetti tutto questo processo di snellimento non solo giovò alla qualità dell'opera, ma permise alla band di registrare il tutto in pochissime settimane. In una delle sue ultime interviste, Morrison non nascose l'entusiasmo ritrovato: «Il primo album lo abbiamo realizzato in circa dieci giorni e poi ogni disco successivo ha richiesto sempre più tempo fino all'ultimo, per il quale ci sono voluti nove mesi. Per questo disco, siamo entrati in studio e abbiamo fatto una canzone al giorno. È stato incredibile. Forse anche perché siamo tornati alla strumentazione originale: solo noi quattro più un bassista. Abbiamo usato il bassista di Elvis...».
Luca Garrò. L'intero articolo su Jam On Line
mercoledì 4 gennaio 2012
Roots Highway > Smile
Nel 1965, dopo aver ascoltato, in preda a un rapimento quasi mistico, i Beatles di Rubber Soul, Brian Wilson, ingegnere e principale artefice delle canzoni dei Beach Boys, spense in fretta lo stereo, abbandonò il salotto e corse in cucina, dalla moglie Marylin (al suo fianco dal '64 al '79), gridando: "Marylin, farò il più grande dei dischi! Il più grande disco rock mai realizzato!". Ancora oggi, molti giornalisti sono convinti vi sia riuscito: nelle liste dei migliori album della storia Pet Sounds (1966) compare regolarmente sul podio e in effetti, a giudicare dallo strabiliante universo sonoro delle sue canzoni, ciascuna elaborata intrecciando un numero incalcolabile di dettagli, soluzioni innovative e tecniche di registrazione sperimentali, non c'è motivo di ritenere che Wilson abbia tradito gli esaltati propositi di quel dicembre di quarantasette anni fa. Eppure, nonostante l'unanime apprezzamento espresso da pubblico e critica, Wilson sentiva di potersi spingere oltre. Ispirato dalle droghe e dall'incontro con un giovane paroliere e compositore di nome Van Dyke Parks, Wilson, da estimatore dei lavori di Beatles, Bob Dylan e Byrds, decise di contraddire la vulgata che vedeva nei Beach Boys un gruppo disimpegnato e infantile, incapace di riflettere sugli enormi cambiamenti in atto nel proprio tempo, e di puntare verso un'architettura sonora ancor più impervia e stratificata. Il suo progetto, tuttavia, non andò mai in porto. Le sessions d'incisione del disco, che doveva intitolarsi "Dumb angel" e in fase di lavorazione divenne SMiLE, rappresentarono uno dei periodi più difficili nella vita dei Beach Boys, il momento in cui tutte le complesse relazioni affettive e familiari alla base dell'affiatamento del gruppo rischiarono di saltare. A precipitare fu senz'altro l'equilibrio psichico di Wilson: dopo uno stadio iniziale di idillio creativo in compagnia di Parks, con i due intenti a elaborare testi e melodie al pianoforte, i piedi immersi in cassette di sabbia per ricreare la sensazione di trovarsi su una spiaggia, i contrasti con gli altri Beach Boys, le pressioni della casa discografica, le bizzarrie assortite (arrivò addirittura, spaventato dalla lontanissima eventualità di un incendio nel quartiere, a far indossare agli orchestrali elmetti da pompiere), gli interminabili rimaneggiamenti dei brani (suonati e risuonati per centinaia di ore, spesso modificandone sfumature impercettibili) e i costi ormai fuori controllo convinsero Wilson, nel maggio del 1967, ad abbandonare il progetto.
(Gianfranco Callieri - continua su Roots Highway)
lunedì 18 luglio 2011
Route 61 > l'ultimo concerto di Big Man
Diretto a Buffalo, con un volo trovato all'ultimo momento, costretto a interminabili attese negli aeroporti di Amsterdam e Cleveland, non pensavo certo di essere in viaggio verso il mio ultimo concerto di Bruce Springsteen & the E Street Band, men che meno verso l'ultima esibizione pubblica, in tour, di Clarence Clemons accanto a Bruce Springsteen. L'ultimo di duecento concerti visti (200 o giù di lì, adesso mi toccherà davvero contarli, sono un bel pezzo di storia) dei miei performer preferiti riveste oggi un'importanza enorme nel mio piccolo archivio, nella mia memoria rock'n'roll carica di un numero inestimabile di ricordi.
Il gelo che mi avvolgeva mentre in quel 22 novembre del 2009 raggiungevo la mia stanza d'hotel in Delaware Avenue, è lo stesso che mi assale ora alla notizia della morte di Big Man, Clarence Clemons. Devo a lui, anche a lui, una vita all'inseguimento della musica che ho amato e che sempre amerò. Devo a lui la scoperta dei dischi di Junior Walker, uno dei sassofonisti della Tamla Motown che lo hanno influenzato. Devo a lui quella gioia che ti si aggrappa alle spalle e non ti lascia più quando partono le note felici e potenti del suo sax nel repertorio più brillante ed energico di Bruce Springsteen. E devo a lui anche quella ritemprante mistura di malinconia e speranza che ti si insinua nella pancia quando a suonare sono quelle lunghe, dense melodie a tutto fiato che rendono Jungleland e Drive All Night canzoni con cui struggersi, piangere, sperare, reagire, gioire, vivere.
Quella sera, alla HSBC Arena sistemata a ridosso della Buffalo Skyway, non è andato in scena un concerto come tanti della E Street Band. Quella sera è successo qualcosa di speciale, come è giusto che sia nelle date che il Dio del Rock'n'Roll decide di vergare con un tratto diverso sul grande calendario della musica. Quella sera c'era in sala Mike Appel, l'uomo che battendosi con ogni sua energia era riuscito a fare incidere Springsteen per la Columbia e gli aveva prodotto i primi due album prima di lasciare il passo al più scaltro e cinico Landau e all'album Born To Run (non prima di aver lasciato in dote la canzone Born To Run, da lui costruita in studio insieme a Bruce quando pareva che un terzo disco fosse un lusso per il giovane Springsteen). Quella sera c'era un bel concentrato dei fan del Boss, anche perchè era l'ultima data del tour di Working On A Dream, la classica occasione in cui ci si saluta e domani chissà. Appunto, domani chissà.
(prosegue su Route 61, il blog di Ermanno Labianca)
domenica 20 dicembre 2009
Red River Shore > Santa Claus Is Coming To Town

"Sting dice che odia il Natale. Ma lui è uno con le palle. Lui è un figo, in tutti i sensi, fisico in forma straordinaria nonostante i quasi 60 anni, lui è uno che fa sesso tantrico, sai lui riesce a fare sesso anche per sette ore consecutive. E' uno di quelli che non sbagliano mai niente nella vita, a cui va tutto bene. Fa un disco bellissimo dedicato all'inverno perché il Natale, lui lo odia. Senza canzoni di Natale ovviamente.
Noi, invece, che siamo degli sfigati, che ci vanno storte tre cose su due, che a 47 anni ne dimostriamo più di 60, che il sesso... be', era divertente, se ci ricordiamo bene, noi stiamo dalla parte del vecchio bastardo, e se disco di Natale deve essere, che sia un cazzuto disco di Natale vero e proprio. Lui, ebreo, ateo, cristiano rinato e poi morto e risorto mille volte, 70 anni alla soglia, uno che la storia del rock l'ha fatta sul serio, mica mandava messaggi in bottiglia a Roxanne, rischiando la pelle, mica facendo il sesso tantrico, uno che ha amato e odiato davvero, uno che sa che non c'è successo come il fallimento e che il fallimento non è un successo per niente. Che sa che quando hai perso tutto, hai solo da perdere ancora qualcos'altro.
Ecco perché Bob Dylan fa un bellissimo disco di Natale. E non si vergogna. Neanche di cantare in latino (dopo aver cantato in spagnolo e in italiano) durante Adeste fidelis". continua qui
dal Red River Shore di Paolo Vites
domenica 15 novembre 2009
Nickname > la sindrome del musicofilo

…il musicofilo, definito dal Robbins come “Colui che non si accontenta di Ascoltare, ma deve anche Avere”, è affetto da alcune patologie ben definite, così catalogate:
Sindrome del Domopak (o Morbo di Hatù)
È la malattia causata al musicofilo dalla plastica che copre tutti i CD nuovi del globo, che è stata inventata apposta per essere a prova di bomba e prendersi gioco di lui. È durissima, non si spacca con le unghie, sui lati ha delle linguette che se le apri vengono via le linguette ma la confezione resta intatta. Alcune hanno il filetto rosso da tirare tipo pacchetto di sigarette, viene via con facilità tutta una bella strisciolina che divide in due la plastica, ma continua ad essere impossibile togliere tutto il resto. Alla fine esasperati si usa un coltello da cucina dalla cui pratica si fa risalire l’invenzione dei “forati” venduti come Nice Price).
Sindrome del Cartonato (o Primo Morbo di Pearl Springsteen)
I progressi della medicina avevano risolto brillantemente l’annoso problema delle copertine di cartone dei vinili, anti-ecologici e facilmente usurabili, sostituendoli con i box in plastica dei CD, anti-ecologici e facilmente frantumabili.
Ma come al solito i giapponesi hanno voluto dire la loro e hanno inventato le serie Japan Paper Sleeve, perfette riproduzioni bonsai delle confezioni in vinile con track-list e credits facilmente leggibili solo con un telescopio nucleare o con lente d’ingrandimento rinforzata, giusto il necessario per rendervi conto che state tentando di leggere il lato scritto in giapponese. I medici occidentali hanno riso di questa strana usanza, dichiarando l’impossibilità che il morbo potesse arrivare in Occidente. Ma a questo punto i Pearl Jam nel 1994 pubblicano Vitalogy, con una copertina di cartone a libretto completamente fuori misura standard che manda a puttane anni di progetti dei mobilieri e falegnami fai da te, con conseguente piccolo meno in bilancio per l’IKEA e piccolo più per la Leroy Merlin.
La sindrome da ghost track (o Morbo del comecazzosintitola?)
La track list indica dieci canzoni, ma il CD magicamente ve ne fa venir fuori un’undicesima e voi godete felici dell’inatteso regalo. Ma sul libretto di quella canzone non c’è traccia, non c’è titolo, non c’è il testo, potrebbe essere una cover di un brano misconosciuto del 1937 o un brano nuovo di zecca. Il morbo subentra virulento quando vi rendete conto che il brano è il migliore del disco, e le crisi di isteria aumentano quando vi ritrovare al concerto a urlare “Dai, fammi l’ultima! ma non l’ultima del CD, la 10… cioè, intendo la 11, quella che non c’è… cioè… quella che… a proposito… come si chiama? Sì fammi quella… hai capito no?….quella che parla di quella ragazza che… e poi…. non ho capito bene cosa succede dopo perché non c’è il testo e …appunto… cosa cazzo dici alla quarta strofa?”
La sindrome da Bonus Track.(o Morbo dell’Allocco)
Morbo pesantissimo e indebellabile, la “bonus track” nasce con l’avvento del CD, come carota per gli asini inventata dall’industria discografica per convincere tutti ad abbandonare il vinile. Compri il vinile? Hai 10 canzoni. Compri il CD? Ne hai 11.
L’undicesima era quasi sempre una schifezza… ma averla era importante. Era come essere ammessi ad un club esclusivo, una sorta di tessera VIP. Poi però l’industria è cambiata e quello che era un morbo tipico delle classi più abbienti si è trasformato in una piaga sociale. La tragedia è nata intorno a metà anni 90 quando ormai tutti si erano ricomprati tutte le prime ristampe in CD dei classici e le case discografiche s’inventarono le bonus tracks per invogliare a riacquistare nuovamente lo stesso titolo.
Questo fu più o meno l’iter:
- ristampa con 3 bonus tracks prese tra outtakes e b-sides, spesso perle nascoste o interessanti brani misconosciuti, oppure singoli altrimenti non ritrovabili su CD. Qui la comunità scientifica lanciò un plauso all’operazione
- nuova ristampa con gli stessi tre brani, ma con diabolico inserimento delle “alternate takes”, vale a dire 18 versioni dello stesso brano che si differenziano per uno starnuto al minuto 2 invece che al minuto 3 o perché venne provato un assolo di cornamusa poi tolto dal missaggio finale. Qui la comunità scientifica cominciò a storcere il naso…
- ulteriore nuova ristampa con versione STEREO e versione MONO dello stesso disco. Il Dottor House per provare gli effetti devastanti che questo provoca, ha ascoltato uno di questi CD in macchina, dove la sindrome diventa virulenta quando ci si rende conto che non vi è differenza alcuna, se non che nella prima versione il chitarrista ti sorpassa sulla destra assieme ad un TIR sloveno, nella seconda invece te lo senti lampeggiare dietro come quel Porsche che da mezz’ora ti fa notare che ti devi togliere dalle palle, che lui del Tutor se ne frega, tanto è amico del Tenente dei Carabinieri.
Sindrome da Deluxe Edition (o Morbo di Springsteen)
Oltre la bonus track c’è la Deluxe Edition, l’Anniversary Edition, fino alle forme più virulente del morbo causate dal Cofanetto/Box. Raschiato il fondo del barile delle tracce aggiunte le case discografiche s’inventano edizioni fighette con in regalo un CD aggiunto con concerti che il bootleggaro sotto casa vi aveva passato già da 18 anni (e pure registrati decisamente meglio) oppure DVD con il vostro beniamino che racconta la rava e la fava di quello che ha pensato mentre registrava (si calcola con sommaria precisione che un musicofilo visioni tali DVD 0,56 volte nella sua vita).
A questo delirio di spese inutili è subentrato il Morbo di Springsteen che fa si che i musicofili a lui dediti abbiano visto “cose che voi umani…” come CD usciti in versioni con brani in più a distanza di pochi mesi, orrendi Greatest Hits resi comunque irrinunciabili per via degli inediti, mega cofanetti di inediti da cui… oops… se ne erano dimenticati 3 (ah che sbadati questi discografici!), guarda caso recuperati in un CD riassuntivo da comprare a parte (e non è che i tre brani sono porcate come Part Man Part Monkey o Happy, no, si erano dimenticati The Promise, il grimaldello per capire tutta la poetica springsteeniana).
Vecchie Sindromi debellate :
Sindrome del TOK! (o Morbo Vintage)
Causa la crisi di nervi del musicofilo che scopre che il suo vinile preferito salta, o semplicemente presenta un “TOK” continuo. Non serve pulire bene il vinile: il granello che causa il TOK è sempre invisibile e annidato tra i solchi. Il male fu debellato nel 1990 con la fine del vinili e l’avvento del CD, che evita il TOK e salta più allegramente dal minuto 2.15 al minuto 3.47 in caso di polvere. Oggi però esistono ancora musicofili portatori sani che ancora si ostinano a comprare vinili e ancora asseriscono che si sentano meglio dei CD. I medici hanno effettivamente confermato: il TOK! si sente decisamente meglio con il vinile.
Sindrome del Buco (o Morbo del REC)
Questo morbo è definitivamente scomparso. Colpiva i possessori di musicassette che inavvertitamente schiacciavano il tasto REC al posto del tasto PLAY del mangianastri, lasciando un buco di silenzio di 1 secondo proprio a metà della loro canzone preferita. Per identificare gli affetti bastava notare quali musicofili passassero le giornate a togliere le linguette dalla cassette per impedire la sovra registrazione.
Nuove Sindromi:
Sindrome del Download (o Morbo dello scarico otturato)
In principio fu Napster, poi venne il Mulo, oggi se non avete un blog dove far scaricare CD siete dei disadattati. Questa nuova sindrome ha colto i musicofili dotati di un computer e una rete. Bastano un paio di click per poter avere l’intera discografia di tutti gli artisti di cui non ve n’è mai fregato una cippa di nulla. Secondo uno studio del Professor Bittan, un giovane di 24 anni ha mediamente sul suo hard-disk ascolti sufficienti a sentir sempre nuova musica fino ai 127 anni, a patto di non smettere la notte s’intende. E’ stato anche sperimentato che se chiedete a questi individui di canticchiare l’ultima canzone che ricordano o che hanno ascoltato, riescono al massimo a ricordare un paio di battute del Ballo del Qua Qua, unico brano ascoltato ben tre volte ai tempi dell’asilo. [edit]
dall'autobiografia di Nicola Gervasini, giornalista rock e curatore del blog Nickname
domenica 25 ottobre 2009
Mi ricordo > Rai Stereonotte

Mi ricordo Rai Stereonotte. Incominciava sulla modulazione di frequenza di Radio 3 alle 24,30, dopo il Giornale della Mezzanotte, terminava alle 6,00 del mattino. La trasmissione, ideata da Pierluigi Tabasso, aveva una sigla scritta da Roberto Colombo che si chiamava Viaggiando. Andò in onda dall’ 8 novembre 1982 al luglio 1995. Io incominciai a seguirla abitualmente intorno al 1983/84, specialmente nel fine settimana. Mi ricordo i led rossi del radioregistratore sulla scrivania, e le cuffie che mi aprivano quel mondo musicale. I conduttori che si alternavano si portavano i dischi da casa, erano lì esclusivamente a trasmettere la musica che reputavano interessante, ognuno aveva la sua “linea”, seguiva i propri generi, faceva le proprie scoperte. Ogni genere musicale aveva una sua voce corrispondente, voci spesso straordinariamente radiofoniche. C’era Massimo Cotto, “specializzato” in Bruce Springsteen e rock americano insieme a Mauro Zambellini, Teresa De Santis con il post punk e la new wave inglese di This Mortal Coil, Big Country, Smiths, Cocteau Twins, Eco & the Bunnymen, il garage underground australiano di Francesco Adinolfi, il folk e la sperimentazione di Emanuele Li Castro, il pop anglosassone di Giancarlo Susanna. E mi ricordo, c’erano anche Ernesto Assante, Ernesto De Pascale, Felice Liperi, Peppe Videtti, Giampiero Vigorito. La voce che mi ricordo di più è quella di Teresa De Santis: morbida, profonda, un po’ sensualnotturna. Io non sognavo Teresa De Santis, ma la su a voce. Avrei voluto vedere Teresa De Santis in studio prima di mandare un pezzo. Poi, però, mi dicevo che se l’avessi vista dal vivo la sua voce avrebbe perso il suo invincibile fascino. Mi ricordo quando Teresa De Santis annunciò Where the rose is sawn dei Big Country, appena usciti con Steel Town: al primo rullare della batteria, quasi da marcetta, e al primo accordo di chitarra fui definitivamente innamorato di Teresa De Santis. Della sua voce.
da Mi ricordo. Ci sono tonnellate di ricordi in questo blog, varrebbe proprio la pena di raccoglierli in un libro...
domenica 18 ottobre 2009
Blue Bottazzi BEAT > Big Sur

"Saturday night at the diner. No, non sono a Los Angeles, e a pensarci non è neppure sabato. Sono nel basso lodigiano a mangiare messicano con un caro amico fotografo di scena, reduce dagli onori di un film di successo. Si è fatto tardi e i bicchieri di birra si sono accumulati. Lui va a dormire, io preferisco farmi quattro passi per il paese, un po' per relax postprandiale, un po' perché sono nel mood giusto e non ho ancora voglia di andare a letto. Un piccolo non brutto paese della bassa, c'è in giro la classica fauna di provincia: ragazzotti in crisi puberale a perder tempo schiamazzando, vecchi che discutono seduti al bar della cooperativa, qualche ragazzina con le gambe lunghe (o corte, a seconda dei casi) in giro con giovani compagni brufolosi.
Un castello, le strade acciottolate... insomma normale amministrazione se non fosse che mi accorgo di percepire nell'aria, tanto chiara quanto improbabile, la vibrazione della batteria e del basso dei Creedence Clearwater Revival, mentre sento una voce lontana urlare "run through the jungle... run through the jungle...". Cerco di localizzare il suono ma incappo in vicoli ciechi, giardini chiusi, strade che mi conducono verso la campagna. Ma la vibrazione non cessa: i Jefferson Airplane? Jackson Browne? Pare che l'intera West Coast si sia data appuntamento sul cielo sopra Maleo - anche se sembro l'unico nella fauna di annoiati tiratardi a percepirla". continua qui
Dal Blue Bottazzi BEAT, a cura del sottoscritto. "Ci sono due tipi di musica: la musica leggera e la musica dell'anima. BEAT racconta della musica dell'anima fatta con la mente".
lunedì 28 settembre 2009
Ortona Rock > gli Who e il fustino del Dash

"Il ricordo degli Who è associato all’odore del Dash. Ho quattordici anni e siamo immersi tutti negli anni ‘80 fino al collo. Il mondo, la mia città, mi appaiono più grandi, più vaste, inesplorate. Sono un ragazzo al primo amore con la musica rock. Ci sono dei pomeriggi nei quali, giro nei negozi di dischi alla ricerca di…qualsiasi cosa abbia attinenza con il mondo che ho appena conosciuto. Arriva il solito cugino dell’amico di ascolti. Quei cugini che abitano a Roma e che girano per i negozi “importanti”. Mi regala una cassetta Sony Hf-Es da 90 minuti. Sul nastro la registrazione del disco degli Who: “Tommy”. Nei minuti che avanzano, qualche brano dei Talking Heads e “Rosalita…” di Springsteen. Al momento non dispongo di tanti vinili e cassette ed ogni cosa che riesco ad avere, la studio con attenzione. Ma quel disco no. Quel disco mi ipnotizza. Riesco ad ascoltarlo per intero, anche tre volte al giorno, come una medicina necessaria. Non posso ascoltare solo qualche brano, sarebbe inconcepibile, per me le due side della cassetta sono una cosa indissolubile ed unica. Ho appena finito la scuola ed ho il tempo che mi serve. Nel mio appartamento c’è un ripostiglio di un metro per un metro, dove ci vanno a malapena le scope ed una scarpiere. Mamma lo usa anche per me i prodotti per la pulizia della casa. Ci sono dei fustini di detersivo per lavatrice". continua qui
Ortona Rock: il sito di racconti rock del Grande Favollo: "Granchio decapode, detritivoro, dalle abitudini notturne, diffuso tra gli scogli ortonesi, ottimo al sugo con la chitarrina"
venerdì 18 settembre 2009
Zambo's Place > Little Feat a Londra 1977

"Londra, 3 Agosto 1977. Afa rifiuti e lattine di birra popolano le vie della colorata Earl's Court, quartiere dove staziono da alcuni giorni prima di fuggire nella verde isola irlandese; nelle vetrine dei negozi, nelle entrate dei pub drappi e fotografie ricordano che, nonostante tutto, la vecchia regina è più mercificata dei Sex Pistols (è l'anno del giubileo...) Fa caldo, Londra in estate è insopportabile, fuori luogo anche gli angoli scuri in cerca di delitto, qualche apparizione dei Kids in Chelsea, i fogli murali annunciano un concerto dei Fairport Convention ad Holland Park per il sabato seguente, e alcune performance live di punks minori. Compro Time Out e nella pagina quattro leggo LITTLE FEAT al RAINBOW THEATRE per 4 sere. Bevo una pinta di Guinness e benedico le mie fortune.
Sono le 19.00, il concerto è annunciato per le 20.30, cerco la più vicina stazione underground, cambio due linee, mi danno delle informazioni sbagliate, faccio 1 Km. a piedi cercando di quietare le ire dei 3 miei compagni di avventura (che di Little Feat non hanno mai sentito parlare). Alle 20.00 sono davanti al Rainbow, fuori poca gente, come prevedevo i biglietti sono stati tutti venduti in prevendita, falconano i bagarini a 10 sterline a biglietto (prezzo regolare 2,50 sterline). Mi sembrano eccessive e molto più per i miei compagni di avventura che di Little Feat non hanno mai sentito parlare.
Il giorno seguente devo lasciare Londra, l'occasione dei Feat in concerto è unica e non rimandabile, non mi dò per vinto e tento il colpo gobbo. Individuo facilmente tra i check-man quello più vulnerabile, è un esponente del black people, gli propongo 10 sterline per tutti e quattro, lui mi fa cenno di aspettare e al momento opportuno con una losca ed abile manovra ci fa passare. Per il superamento della seconda entrata il gioco è ancor più facile e completamente gratuito. Dopo la tensione e la paura la giusta ricompensa. Dei Little Feat conosco bene il bootleg Aurora Backseat, il primo loro album e l'ultimo Time Loves a Hero, il teatro è zeppo, il pubblico non è quello della new-wave inglese, niente giacche di pelle, niente spille, tante facce regolari, abbondanza di baffi, barbe, long-hair e altri cimeli della Londra che fu, tanti black-people e la musica poi dimostrerà il perché… insomma un ambiente sano". continua qui
Zambo's Place, il blog di Mauro Zambellini, giornalista rock, con il Mucchio Selvaggio negli anni settanta ed ottanta, poi con Feedback ed oggi con il Buscadero. Autore di numerosi libri fra cui Il tempo è dalla nostra parte per Feltrinelli sui Rolling Stones.
Questo gustoso articolo risale al 1978 e racconta del concerto di Londra dei Little Feat di Lowell George che sarebbe poi stato immortalato dal live Waiting For Columbus.
giovedì 17 settembre 2009
Red River Shore > Guida all'ascolto
" # 5. La musica si ascolta in macchina solo se ci si trova su strade semideserte, non c'è traffico, non ci sono semafori, rotonde e precedenza assortite che interrompano l'ascolto".Il sito che inaugura l'antologia è quello di Paolo Vites, giornalista musicale professionista, con il cuore fra Golfo del Tigullio, Milano, New York City e San Francisco. Tante storie rock viste dalla periferia dell'impero. In questo post il decalogo della Guida all'Ascolto ai dischi nell'era di internet.
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