martedì 17 gennaio 2012

Jam: L.A. Woman


"La vera rivoluzione nel modo di intendere il lavoro attuata dal tecnico del suono fu quella di lasciare che ogni membro della band, Jim compreso, si assumesse molte più responsabilità che in passato. Il fatto di aver allentato la presa sul cantante, che in principio sembrava poter essere il punto debole dell'operazione, si rivelò invece la chiave di volta dell'intero processo: Morrison non mutò assolutamente il suo stile di vita, né tanto meno rallentò il numero delle sbronze, ma si calò perfettamente nella parte, diventando immediatamente più assennato e cooperativo. A differenza di Rothchild, Botnick era convinto non servissero trentacinque take per ottenere un buon pezzo e che gli errori non fossero un ostacolo alla riuscita di un buon album, ma che contasse soltanto il feeling. Non insistette mai nel far fare più di un paio di versioni di un brano e non ci fu alcun bisogno di tirar fuori con la forza le parti vocali a Morrison, perché in pratica furono incise tutte dal vivo nei bagni dell'ufficio, per sfruttarne l'eco.
Un'altra differenza sostanziale con il recente passato riguardava l'utilizzo della tecnologia: era stata inventata da qualche tempo la registrazione a sedici piste, utilizzata infatti per l'album precedente, ma Botnick suggerì di registrare L.A. Woman sul vecchio otto piste utilizzato ai tempi di Strange Days. Siddons ricorda quell'aspetto con molta accuratezza: «Fu un disco molto viscerale. Fu una loro scelta precisa farlo così essenziale. The Soft Parade e le trentacinquesime take li avevano fatti disamorare della tecnologia». Per quanto all'epoca potesse sembrare folle fare un passo indietro da quel punto di vista, anche quella scelta si rivelò azzeccatissima: così facendo, solo il materiale di massima qualità venne messo su nastro, portando il risultato su vette che sembravano irraggiungibili solo fino a qualche settimana prima.
Col senno di poi, quel periodo parve a tutti un po' come la chiusura di un cerchio ideale: il loro ultimo disco in studio con Jim Morrison si rivelò grezzo e semplice come il primo, molto più distante nella mente dei protagonisti dei quattro anni che erano in realtà trascorsi dalla sua realizzazione. In effetti tutto questo processo di snellimento non solo giovò alla qualità dell'opera, ma permise alla band di registrare il tutto in pochissime settimane. In una delle sue ultime interviste, Morrison non nascose l'entusiasmo ritrovato: «Il primo album lo abbiamo realizzato in circa dieci giorni e poi ogni disco successivo ha richiesto sempre più tempo fino all'ultimo, per il quale ci sono voluti nove mesi. Per questo disco, siamo entrati in studio e abbiamo fatto una canzone al giorno. È stato incredibile. Forse anche perché siamo tornati alla strumentazione originale: solo noi quattro più un bassista. Abbiamo usato il bassista di Elvis...».

Luca Garrò. L'intero articolo su Jam On Line

mercoledì 4 gennaio 2012

Roots Highway > Smile


Nel 1965, dopo aver ascoltato, in preda a un rapimento quasi mistico, i Beatles di Rubber Soul, Brian Wilson, ingegnere e principale artefice delle canzoni dei Beach Boys, spense in fretta lo stereo, abbandonò il salotto e corse in cucina, dalla moglie Marylin (al suo fianco dal '64 al '79), gridando: "Marylin, farò il più grande dei dischi! Il più grande disco rock mai realizzato!". Ancora oggi, molti giornalisti sono convinti vi sia riuscito: nelle liste dei migliori album della storia Pet Sounds (1966) compare regolarmente sul podio e in effetti, a giudicare dallo strabiliante universo sonoro delle sue canzoni, ciascuna elaborata intrecciando un numero incalcolabile di dettagli, soluzioni innovative e tecniche di registrazione sperimentali, non c'è motivo di ritenere che Wilson abbia tradito gli esaltati propositi di quel dicembre di quarantasette anni fa. Eppure, nonostante l'unanime apprezzamento espresso da pubblico e critica, Wilson sentiva di potersi spingere oltre. Ispirato dalle droghe e dall'incontro con un giovane paroliere e compositore di nome Van Dyke Parks, Wilson, da estimatore dei lavori di Beatles, Bob Dylan e Byrds, decise di contraddire la vulgata che vedeva nei Beach Boys un gruppo disimpegnato e infantile, incapace di riflettere sugli enormi cambiamenti in atto nel proprio tempo, e di puntare verso un'architettura sonora ancor più impervia e stratificata. Il suo progetto, tuttavia, non andò mai in porto. Le sessions d'incisione del disco, che doveva intitolarsi "Dumb angel" e in fase di lavorazione divenne SMiLE, rappresentarono uno dei periodi più difficili nella vita dei Beach Boys, il momento in cui tutte le complesse relazioni affettive e familiari alla base dell'affiatamento del gruppo rischiarono di saltare. A precipitare fu senz'altro l'equilibrio psichico di Wilson: dopo uno stadio iniziale di idillio creativo in compagnia di Parks, con i due intenti a elaborare testi e melodie al pianoforte, i piedi immersi in cassette di sabbia per ricreare la sensazione di trovarsi su una spiaggia, i contrasti con gli altri Beach Boys, le pressioni della casa discografica, le bizzarrie assortite (arrivò addirittura, spaventato dalla lontanissima eventualità di un incendio nel quartiere, a far indossare agli orchestrali elmetti da pompiere), gli interminabili rimaneggiamenti dei brani (suonati e risuonati per centinaia di ore, spesso modificandone sfumature impercettibili) e i costi ormai fuori controllo convinsero Wilson, nel maggio del 1967, ad abbandonare il progetto.

(Gianfranco Callieri - continua su Roots Highway)